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Questione rifiuti

Osservazioni di Sel Area Nolana all’accordo di programma tra Regione Campania, Provincia Di Napoli E Comuni della C.D. Area Nolana

“Osservazioni di Sel Area Nolana all’accordo di programma tra Regione Campania, Provincia Di Napoli E Comuni della C.D. Area Nolana (19 su 22)  sottoscritto in data 29 luglio 2011. Mancano le firme dei Comuni di San Vitaliano, Visciano e Roccarainola.”

 

NOLA – La lettura complessiva dell’accordo di programma sottoscritto in fretta e furia il 29 luglio 2011 ci induce a pensare che i Sindaci dell’Area Nolana siano stati catturati dalla voglia di considerare i rifiuti come una grande opportunità di rimpinguare le esangui casse comunali smagrite dai mancati stanziamenti da parte del governo centrale. L’Area Nolana che è stata in Campania l’antesignana, fin dal 2000, della buona pratica nel ciclo di rifiuti raggiungendo alte percentuali di raccolta differenziata, ora finisce per essere preda di speculatori di ogni risma animati dal solo intento di realizzare profitti. Con questo tipo di accordo si profila nel nostro territorio l’eventualità della costruzione di una gigantesca piattaforma per il trattamento di qualsiasi tipo di rifiuto, dall’amianto ai rifiuti ospedalieri fino ai non meglio specificati rifiuti speciali (Art. 5 comma 20), eventualità tutt’altro che irreale dato l’impegno della Provincia di Napoli e dei Comuni dell’Area Nolana alla costituzione di una società “per la realizzazione e la gestione di tutte le attività e degli impianti esistenti e a farsi” (Art. 5 comma 23). Così gli aspetti positivi enunciati ad esempio all’Articolo 3 appaiono più come un’occasione mancata che come una scelta di autodeterminazione del territorio. L’Articolo citato enuncia correttamente priorità quali la riduzione della produzione dei rifiuti e il potenziamento della raccolta differenziata. Tuttavia, mentre nell’accordo si dispiegano ampie specificazioni sulla fase della raccolta dei RSU e sul loro smaltimento industriale, si demanda “ingenuamente” ai soli consigli comunali l’implementazione di piani ad hoc concernenti i due punti succitati.

Non individuare tappe concrete e concordate, strumenti, fondi, funzione di controllo e indirizzo a sostegno a politiche virtuose, significa limitarsi a enunciare un aspetto del problema come puro abbellimento del discorso, rinunciando ad affrontarlo seriamente ed esonerando le altre parti in causa (Regione e Provincia) dal farsene realmente carico.
I
Se da un lato è da valutare positivamente l’aspirazione alla costruzione di un percorso condiviso per la definizione del modello di gestione dei rifiuti per l’area nolana, va sottolineata la sostanziale inadeguatezza del modello concertativo adottato, poiché esso viene inficiato dalla continua, velata o manifesta, possibilità di un intervento unilaterale da parte dell’ente provinciale e del Commissariato alle discariche.
Il confronto, viziato dalla presenza di una sorta di pistola carica sul tavolo della trattativa, riduce lo spazio della discussione rischiando di dare solo l’illusione della concertazione, lasciando sostanzialmente intatto l’impianto di partenza, nonostante esso lasci estremamente insoddisfatti alcuni dei portatori di interesse convenuti al confronto.

La prima osservazione, di matrice più squisitamente politica, sottolinea la necessità di chiarire che (al netto del mero strumento legislativo) non di accordo bisognerebbe parlare, né di percorso condiviso, ma di un’iniziativa la cui responsabilità ultima va ricondotta agli organismi provinciali e regionali, che ne sono ispiratori ed attuatori ultimi.Tanto è vero che l’accordo di programma di cui si parla è simile a quello approvato dai comuni dell’Area Vesuviana, e ciò fa pensare che la redazione del suddetto sia frutto di una imposizione da parte degli enti provinciali e regionali, e che i comuni dell’Area Nolana abbiano accettato supinamente le decisioni già prese in altre sedi. Questo, indipendentemente dal fatto eventuale che la bozza di accordo sia stata materialmente approntata dal Tavolo dei Comuni dell’area nolana.
Nel discorso pubblico di amministrazioni locali, associazioni e cittadini, questo aspetto non va assolutamente tenuto in secondo ordine, perché consente di inquadrare meglio responsabilità, inadempienze, plausibilità degli obbiettivi prefissati.
II
Da apprezzare è la scelta, compiuta dalla provincia di Napoli e accolta dai comuni dell’area nolana, di costruire modelli di gestione a ciclo corto, evocando un, seppur astratto, principio di autogestione e filiera corta.
Inoltre traspare, nelle pagine dell’accordo, un’aspirazione delle istituzioni comunali a strappare compensazioni non solo di natura economica (le c.d. quote ristoro) ma anche di riequilibrio ambientale.
In particolar modo è da sostenere e apprezzare la richiesta della chiusura della Cava Marinelli e la bonifica di alcuni siti particolarmente critici (segnatamente Cava Difesa Grande in Roccarainola, l’area di stoccaggio di Marigliano e la discarica Pirucchi di Palma Campania).
Molto più vago e velleitario appare invece l’elenco di infrastrutture inserito all’art.8 dell’accordo (raddoppio del tratto ferroviario Scisciano-Cicciano, adeguamento del casello autostradale di Nola, ecc.), che appare più strumentale alla propaganda di quartiere che non calato nel merito della discussione in atto.
III
È dal punto di vista tecnico-ambientale che, però, sorgono le maggiori perplessità.
Il breve spazio temporale concesso alla stesura delle osservazioni, non ha consentito un’analisi approfondita di ogni singolo punto, che pure, dove ce ne fosse occasione o sollecitazione, andremo volentieri a riprendere.
L’elemento che inficia alla base l’accordo, è rappresentato dal fatto che esso ribalta la piramide delle priorità, allinea l’area nolana agli standard peggiori e compromette definitivamente la possibilità di produrre un FOS adeguato alle ricomposizioni tanto inseguite.
La premessa di questa discutibile operazione è un intervento legislativo ad hoc, la legge 1 del 2011, il quale consente di fare in Campania ciò che nel resto di Italia è vietato, ovvero operare (con il semplice via libera della Regione Campania) ricomposizioni ambientali di siti di discarica e la risagomatura di cave dismesse utilizzando un non meglio specificato né specificabile compost fuori specifica (CER 19.05.03).
Utile specificare che con tale codice si identifica un ventaglio ampio di materiali in uscita dagli impianti di trattamento meccanico anche non provenienti da raccolta differenziata.

L’unico strumento gestionale utile a garantire che il materiale in uscita dagli impianti (oggi STIR) possa essere usato all’uopo di risagomature e ricomposizioni ambientali (anche laddove fossero profondamente ripotenziati) è l’implementazione della raccolta differenziata spinta, capace di portare percentuali di differenziazione alla media del 50 percento dal 2011 e del 65% dal 2012 sul totale RSU, così come prescrive la legge.
In tali percentuali la quota di umido differenziato dovrebbe oscillare tra il 90 e l’80 percento – cfr Piano Regionale per la gestione dei Rifiuti Urbani della Regione Campania – valutabile su una forbice tra il 40 e il 50% di umido differenziato sul totale dei volumi di RSU.
È solo su queste basi che il materiale in uscita da qualsivoglia impianto potrebbe offrire qualche minima garanzia di qualità.
Ed è proprio su questo aspetto focale che l’accordo di programma è invece molto carente.
Nelle premesse si afferma la buona pratica dell’area nolana che ha portato a percentuali di umido differenziato al 30% (peraltro come si vede insufficiente di per sé).

In seconda battuta, poi, nello stesso testo al comma 7 dell’Articolo 5 consente il conferimento agli impianti di Tufino a tutti quelli che superino la misera soglia del 20% di umido su totale RSU (vale a dire qualcosa al di sotto del 30% di RD sul totale RSU). Inoltre, sempre all’articolo 5, il testo risulta essere contraddittorio in quanto al comma 11 è prevista la ricomposizione di Paenzano 1 e 2 tramite rifiuto biostabilizzato con codice CER 19.05.03 “per quantità non superiore a quella imputabile ai rifiuti conferiti dai Comuni dell’Area Nolana allo Stir di Tufino”, mentre al comma 14 è prevista la ricomposizione ambientale e/o risagomatura di cave abbandonate o dismesse ma senza alcuna limitazione. Se c’è qualche riserva sulla qualità del biostabilizzato tanto da limitarne il conferimento su Paenzano 1 e 2 al solo prodotto dei 19 comuni dell’area, perché si dà la piena disponibilità ad accoglierlo nelle cave abbandonate o dismesse senza alcuna limitazione? E se, invece, il biostabilizzato è adatto alla ricomposizione ambientale o alla risagomatura delle cave, perché limitarne il conferimento su Paenzano 1 e 2?
Un accordo che dovrebbe tendere a costruire una soluzione migliorativa dello stato di cose esistente, si limita a fare la fotografia dei peggiori e li prende a modello per tutti.

Il potenziamento dell’impianto di Tufino sarebbe così declinato solo in termini di costruzione di un digestore anaerobico per il recupero energetico (Articolo 5 comma 20 dell’accordo) e non di reale riconversione dell’impianto ai fini di supporto del ciclo virtuoso dei rifiuti e della Raccolta differenziata.
Le linee dell’attuale STIR rimarrebbero capaci di differenziare solo vaglio e sottovaglio, producendo prodotto scadente da abbancare in discarica e bruciare in inceneritore. Un aspetto forse sottovalutato da una parte dei curatori dell’accordo, eppure coerente con le linee del Piano regionale sulla gestione dei rifiuti urbani, che accantona definitivamente l’utilizzo degli impianti di trattamento meccanico biologico.
Un altro aspetto oggetto di critica è la scelta di mettere mano anche alla discarica di Paenzano 1, già messa in sicurezza da alcuni anni e già piantumata, che ancor meno di altre aree avrebbe bisogno di accogliere materiale di dubbia composizione come quello in uscita da Tufino.
Infine la disponibilità di principio, contenuta nell’Articolo 5 comma 20 dell’accordo, ad accogliere impianti di trattamento rifiuti anche molto invasivi e con alto impatto ambientale risulta essere a nostro avviso molto pericolosa. Un piano che arriva a contemplare impianti di trattamento dei fanghi provenienti da sistemi di depurazione, di detossificazione, di inertizzazione e smaltimento di rifiuti speciali, di trattamento di rifiuti sanitari, di trattamento degli oli esausti e finanche di trattamento e di smaltimento dell’amianto rischia di trasformare l’area nolana in un territorio destinato ad accogliere per sempre rifiuti altamente tossici e pericolosi provenienti dall’intera Regione.

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